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Una ragazza, sul punto di togliersi la vita, incontra uno sconosciuto che la porterà con sé in uno strano viaggio sulla metropolitana milanese.


La ragazza indugiava, tremando, sulla banchina della linea rossa della metropolitana milanese, stazione di Loreto, in attesa del prossimo treno.
Vicina, pericolosamente vicina alla sottile striscia gialla di sicurezza. Ora oltre di essa. Fissava i binari sottostanti, come un’innamorata il proprio amante.
Non aveva una destinazione, una meta, quel giorno. Uno come tanti altri, in arrivo dalla linea verde, cambio di treno, e via di nuovo verso il centro della città, e della sua vita lavorativa quotidiana.

Non stavolta. Osservava i cartelli gialli di pericolo, con il simbolo del teschio. Un piccolo passo, difficile ma liberatorio. Basta un balzo, al momento giusto, il treno e la potente scarica elettrica…non sentirò nulla, si convinse. E sarò in pace, finalmente.
Ripensava alle settimane appena trascorse. Le perdite, la propria vita che andava progressivamente in pezzi, perdeva ogni scopo, svuotata di ogni significato e della forza per ricominciare tutto da capo. Era giovane, le avevano detto, tutto passerà e riprenderai a sorridere. Ma si sentiva addosso, nel cuore, mille anni che le appesantivano le palpebre. Voleva solo dormire.
Morire, dormire…diceva Shakespeare. Sì. Dormire.

Il vento le accarezzò i capelli. Non era, però, il vento di una calda e piacevole giornata primaverile, ma quello odoroso e malato dell’aria spinta dal mostro di metallo che percorreva veloce il tunnel sotterraneo, cavalcando verso di lei per divorarla. Guardò le luci della bestia venirle incontro, dolci come un principe, mani tese per estirpare i demoni nel suo cuore.

Si preparò all’estremo gesto, la gente intorno ignara e indifferente. Forse, se la ragazza avesse potuto ascoltare i loro pensieri, si sarebbe soffermata un po’ sulla vivace monotonia delle vite degli altri, quel signore anziano che si recava come ogni giorno all’ospedale per visitare la moglie malata, il ragazzetto al primo anno di università che non aveva voglia di seguire l’ennesima noiosa lezione, l’avvocato occhialuto con l’immancabile valigetta in mano che studiava una strategia per salvare il proprio cliente dalla pena più severa.

Le luci del treno si fecero più vicine. Avrebbe dovuto calcolare il tempo in maniera precisa, troppo presto e il treno non l’avrebbe colpita, troppo tardi e rischiava di essere soltanto ferita, o peggio, umiliata per il suicidio mancato.

Ancora un attimo…ancora un attimo, pensava.

Poi, l’impatto. Una figura che non ebbe il tempo di vedere le venne incontro, correndo trafelata, travolgendola. La ragazza cadde a terra, ma trattenuta dalle persone a lei circostanti, mantenuta saldamente sulla banchina.

Riavutasi dallo spavento, mentre la metropolitana le scorreva di fronte ignara dei suoi propositi ormai non più realizzabili, guardò lo sconosciuto artefice della rovina dei propri piani. Un ragazzo, giovane forse, allampanato, un ciuffo di capelli ribelle sulla testa oblunga, il mento prominente. Non proprio carino, si sarebbe detto, ma forse sì. Vestito in maniera elegante, un po’ all’antica, un lungo cappotto ora spiegazzato. Guardandola dall’alto in basso, le tese la mano, incurante delle occhiatacce e dei commenti sdegnati delle persone intorno a loro.

- Mi scusi! Andavo di fretta e… -
- No non… -
- Mi permetta di aiutarla a salire… – continuò lui, facendola alzare e quasi strattonandola dentro la carrozza, che si era fermata di fronte a loro aprendo le porte.
- Ma cosa fa… -
- Non voleva salire? Prego prego, si sieda qui, è libero… – le indicò lui, bloccando quasi violentemente altre persone che avevano adocchiato l’unico posto disponibile.

La ragazza si sedette, mentre lui rimase in piedi, davanti a lei, attaccato al corrimano. Le porte si chiusero, e con il tipico scossone il treno si mise in moto, verso la stazione successiva. Mentre le sferraglianti carrozze procedevano, lei si accorse che l’uomo la fissava, in modo decisamente poco opportuno, ma stranamente non le sembrava il classico sguardo volgare riservatole dai maschi che incrociavano con lo sguardo le sue forme. Assomigliava più all’interesse di uno studioso per un’opera d’arte…ma no, rise interiormente. Doveva essere proprio fuori di testa per farsi venire certi pensieri assurdi.

- Mi scusi, potrebbe smettere di fissarmi? – gli chiese timidamente, quasi fosse lei in difetto.
- Oh, sa, è interessante… -
- Interessante? Cosa? -
- Posso darti del tu? -
- No, veramente non ci conosciamo… -

Lima, fermata Lima annunciò la voce registrata.

- Bene, grazie! Tutte quelle formalità, bah. È interessante, tutte le persone che scendono, qui, e altre che salgono, e tu sei lì, seduta, e prosegui verso la tua destinazione. -
- Non capisco cosa ci sia di così strano… -
- Tutto è strano, se lo vedi stranamente. -
- Mah… -
- Posso sapere il tuo nome, Aria? -
- Aria…ehi, ma…come facevi a saperlo? -
- Me l’hai detto tu. -
- Sì, ma dopo… -
- Prima…dopo…, che importa? Bel nome, comunque. -
- Grazie – arrossì la ragazza. Perché sto dando tanta confidenza a uno sconosciuto?, pensò. Poi si guardò intorno, in cerca di sostegno dalle persone accanto. Curiosamente, erano tutte immobili.
- Ehi…signore… – fece lei, dando un colpetto sulla spalla a un anziano calvo e rachitico che le sedeva sulla destra.
- Perché sono tutti bloccati? – chiese infine, curiosa e confusa.
- Chi è bloccato? – le rispose enigmaticamente l’uomo.
- Ma tutti! -
Lo sconosciuto si rivolse al signore di fianco ad Aria.
- Salve, mi scusi lei è bloccato? -
- Che discorsi va facendo, giovine! Un po’ di rispetto per gli anziani! – borbottò scorbuticamente l’ometto.
- Mi perdoni, la mia amica qui è un po’ scossa, sa un brutto periodo… -
La ragazza lo guardò. – Ehi, cosa sai tu? -
- Niente, niente – la rassicurò lui con un gesto della mano, mentre il treno superava un’altra stazione.

Porta Venezia. Apertura porte a destra.

L’uomo si abbassò verso di lei, prendendole la mano e costringendola ad alzarsi.
- Ehi, non è la mia fermata! -
- Non scendiamo – le spiegò lui strattonandola verso il centro del vagone. – Corri! -
Lo sconosciuto la trasse con sé. Il treno, la versione più moderna, era dotato di carrozze comunicanti fra loro, e poteva quindi essere percorso nella sua interezza dall’interno, senza dover scendere. Correndo, lui la portò nel vagone adiacente.
- Vedi quella signora? – le chiese fermandosi di colpo, indicando una donna di circa cinquant’anni, intabarrata in un cappotto che copriva un tailleur grigio da donna in carriera.
- Sì? -
- Non ti sembra triste? -
- Beh, lo guardo non è proprio quello di chi sta andando al mare a prendere il sole… -
- Buona idea! -
- Cosa? -
L’uomo schioccò le dita, e i vestiti della donna si tramutarono in un succinto bikini, mentre un sole cocente entrava prepotentemente in scena, accompagnato dallo sciabordio delle onde sulla battigia.
- Ehi, ma come? – domandò Aria, confusa.
- Non volevi il mare? Guardati intorno! -
Lei lo fece. In effetti, erano su una bellissima spiaggia, non troppo affollata, sembrava quasi del tutto naturale. L’acqua, azzurra e limpida, quasi trasparente, rivelava una varietà di forme di vita strane e curiose.
- Vuoi fare un bagno, Aria? -
- Adesso? Ma devo andare al lavoro e poi… -
- Poi? -
- Niente… – minimizzò lei, incupita.
- Ehi, cos’è quella faccia? Non ti piace qui? -
- Ma… -
Lo sconosciuto la prese di nuovo per mano e corse avanti, mentre il panorama mutava nuovamente nel solito stretto vagone affollato. Muovendosi velocemente tra la gente, spintonandola senza troppi riguardi, la condusse più avanti, andandosi poi a posizionare al centro della carrozza.

San Babila, fermata San Babila.

– Scusate, signori, scusate! – annunciò, mentre le porte si richiudevano e i passeggeri si preparavano alla ripartenza. – Fece un giro intorno a uno dei pali usati per tenersi durante la corsa, sorridendo.
- Io e la mia amica qui offriremo a voi gentili signori un bellissimo spettacolo musicale, se avrete la gentilezza di ascoltarci! -
La prese a sé, mentre lei lo guardava allibita.
- Spettacolo musicale? – gli sussurrò. – Con quale strumento suonerai? -
- Oh, non suonerò io. Suonerai tu – chiarì.
- Ah ecco…no aspetta, io non so suonare… -
- E perché hai in mano un bellissimo Stradivari? -
La ragazza si guardò. In effetti, teneva in una mano un violino dall’aspetto antico, ma curatissimo, e nell’altra un archetto altrettanto pregiato.
- Non so suonarlo! – ribadì lamentandosi.
- Come sai che non lo sai, se non hai mai provato? -
- Che ragionamento è! -
- Un ottimo ragionamento, cara. La gente aspetta… -
- Uff… -

Aria portò lo strumento al viso, e posizionò le dita sulle corde con inaspettata maestria. Con una naturalezza mai provata, l’archetto iniziò a muoversi sul violino quasi da solo, una melodia non ancora composta che usciva dalla sua cassa armonica, affascinando chiunque la ascoltasse. Nel mentre, lo sconosciuto si muoveva intorno a lei, creando magicamente, con le sole mani, incredibili giochi di luce e colori.
I passeggeri, dimentichi delle loro faccende quotidiane, li guardavano meravigliati.
Il Tempo sembrò fermarsi, mentre la ragazza si esibiva in uno, due, mille brani mai ascoltati, in un crescendo di piacere fisico che avvolgeva lei e tutti i presenti.

Duomo annunciò il computer della stazione.

La magia terminò. Tutti tornarono alle loro faccende, come se nulla fosse successo, e come se quelle ore fossero state effettivamente minuti.
Lo sconosciuto guardò Aria. – Piaciuto? -
Lei accennò un sorriso, subito spento. – Sì, ma…come hai fatto? -
Lui la guardò. – Mmm, bel sorriso, ma non è abbastanza. -
- Ehi, come hai fatto? -
- Non importa. Succede – rispose evasivo.
Si allontanò di qualche passo, pensieroso.
- Come…come…non basta… – borbottò osservandola. – Sorriso, sì, ma deve…no, no, certo…ah! Trovato! -

Prendendola di nuovo per mano, la fece sedere in uno dei posti disponibili, e le intimò di attenderlo lì. Corse via, scomparendo, per tornare subito dopo, con uno strano cappotto variopinto, e un alto cappello a cilindro, che si tolse inchinandosi.
Schioccò le dita, e il vagone sembro allargarsi, facendo spazio al suo centro ad un enorme palco.
- Signori e signore, il più grande spettacolo dopo il Big Bang, il circo delle Lune di Orfeo Beta Orionis! -
Tutti applaudirono, come se fosse la cosa più naturale al mondo.
- Fate attenzione agli spaventosi felini di Sim’On! Non vi alzate dai vostri posti, cari amici, sono pericolosissimi! -
Improvvisamente un gruppo di gatti, obesi ma comunque aggraziati, entrò zompettando velocemente da uno dei finestrini, riversandosi sulla pista centrale.
- No, no non qui! – gridò l’uomo, mentre veniva travolto dall’insolito branco, finendo a gambe levate. Tutti risero della sua disavventura, tutti tranne Aria.
- E questi erano i terribili…oh, ma ecco che arriva la Divina! -
Dall’oscurità dell’infinito che era ormai diventato il termine del vagone, entrò un donnone enorme, con tre seni e un corpo che avrebbe potuto tranquillamente contenere l’intera umanità, vestita di un improbabile abito che avrebbe dovuto donarle una certa femminilità. Una voce suadente e soave contrastava con l’aspetto ridicolo, mentre l’essere si avvicinava allo sconosciuto cantandogli dolci parole.
- No…no… – si allontanò lui.
La Divina continuò con la sua opera di seduzione, finendo per sedersi sopra il malcapitato, schiacciandolo con le sue quattro possenti natiche mentre cantava parole d’amore.
Lo spettacolo andò avanti per un tempo indefinibile, in un interminabile susseguirsi di esseri più o meno improbabili, ridicoli e affascinanti, mentre la folla mormorava estasiata, rideva e applaudiva.
Tutti, tranne Aria.
Lo sconosciuto, dopo l’ennesimo tentativo, schioccò di nuovo le dita facendo sparire il tutto. Si avvicinò a lei, i vestiti sbrindellati e i capelli spettinati in curiose formazioni casuali.
La guardò, sorridendole. – Non ti piace? -
- Sì…sì è bellissimo… -
- Perché non hai mai riso, sorriso, storto il naso, roteato gli occhi, o fatto qualsiasi altra cosa stupida che si fa quando si è felici? – domandò lui, sottolineando con espressioni del volto ognuno di quegli esempi, e rimanendo poi con uno sguardo inebetito a pochi centimetri dal volto della ragazza.
- Perché…non sono…felice? -
- Sciocchezze! Tutti sono felici, se vogliono. -
I due si guardarono. Poi, d’un tratto, Aria ebbe un singulto, e una risata, dapprima repressa, poi lasciata sempre più libera, le scaturì spontaneamente, incontrollata.
- E adesso, cosa ti fa ridere? – chiese fintamente contrariato l’uomo.
- Scusa…ahah…sei così…buffo… – rispose lei, che aveva quasi le lacrime agli occhi.
- Ebbene sì, sì! Buffo. Non è lo scopo della vita, essere buffi? – le sorrise, di nuovo ben vestito e pettinato decentemente.
Aria lo guardò. – Che senso ha tutto questo? -
Lui ricambiò lo sguardo, grave. – Tutto questo? Oh, nessuno. E che senso ha quello che stavi per fare tu, prima che ti fermassi? -
La ragazza ci pensò un po’ su, poi capì. – Nessuno? -

Cordusio, fermata Cordusio.

- Ehi, scendiamo! – intimò lui improvvisamente, tirandola di forza verso le porte, e poi giù dal treno.
- Perché ora? -
- È la tua fermata no? -
- Oh, certo, ma… -
- Niente ma. E ti consiglio di dirgli di sì! -
- Dirgli di sì? Cosa… -
Aria non fece in tempo a terminare la frase, che lui la spinse contro un ragazzo che sopraggiungeva in quel mentre. Caddero, entrambi, a terra.
- Oddio, mi scusi signorina…non guardavo… -
Il giovane l’aiutò a rialzarsi. – Mi scusi ancora. Posso offrirle un caffè, per farmi perdonare? – le domandò sorridendo.
Aria si voltò indietro verso lo sconosciuto che l’aveva condotta in quello strano viaggio. Era sparito.
Guardando di nuovo il ragazzo con cui si era scontrata, ricambiò il sorriso. Sentiva il cuore di nuovo riempito della voglia di andare avanti, che colmava il vuoto in cui era caduta nei giorni precedenti.
- Sì, perché no? -

L’agente temporale la seguì ancora un po’, invisibile, mentre la donna conversava amabilmente con il nuovo incontro verso cui l’aveva spinta. La ragazza, era noto a tutti nel luogo da dove proveniva, era destinata a diventare una delle figure più importanti della Resistenza Terrestre, dopo l’invasione aliena che si sarebbe verificata di lì a pochi anni. Aria Marconi, primo ufficiale dell’Astronave Hope. Un’anomalia, scherzo della natura o opera di qualche intelligenza maligna, aveva agito in modo da mutare la sua vita e spingerla all’estremo gesto progettato per quella mattina. L’agente era stato inviato per sistemare le cose, e a quanto pareva aveva avuto successo.
Guardò il proprio terminale portatile, che visualizzava graficamente il flusso temporale. Sì, il corso degli eventi era ormai ristabilito.
Si girò, scomparendo nel vortice del tempo. L’Agenzia per il Controllo del Tempo, dello Spazio e di Tutte le Cose aveva di nuovo salvato il Multiverso.


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L’immagine di copertina è di RobertF pubblicata sotto licenza CC by-nc.