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La piccola Ginetta e la sua bambola si ritrovano in un mondo incantato di alberi parlanti, marmellate e giganti...


C’era una volta, in un quartiere periferico della Milano di qualche anno fa, una bambina di nome Luigia, che tutti chiamavano Ginetta.
Un giorno la bimba giocava con una bambola di pezza sul balcone della sua casa di ringhiera. Ginetta era sempre stata un po’ malaticcia, e non poteva andare a correre nel parco tutti i giorni con i suoi amici. Per cui loro, che le volevano bene, andavano spesso a trovarla e a giocare con lei.
Quel giorno la bambina era seduta insieme alla sua amica Maria, una bimbetta un po’ timida, con due occhialoni spessi che la facevano sembrare più bruttina di quello che fosse realmente. Purtroppo Maria senza quegli occhiali non ci vedeva affatto bene, e anche con essi andava spesso a sbattere addosso agli alberi e ai pali della luce, con i quali si arrabbiava sempre moltissimo.
Mentre giocavano, la bambola d’improvviso cadde nel cortile sottostante, ma invece di toccare terra, come si sarebbe potuto immaginare, fu trasportata via, verso la strada, da una strana folata di vento che sembrava quasi infusa di vita propria.
Ginetta e Maria scesero correndo le scale della vecchia casa, e cercarono di rincorrere la sfuggente bambola, che si fermava per brevi istanti a terra, e poi compiva un altro balzo allontanandosi da loro. Senza accorgersene, le due bambine si allontanarono molto da casa, addentrandosi in una zona di vie scure che le avrebbero sicuramente spaventate, se si fossero fermate ad osservarle, invece di essere prese dal loro inseguimento.
Ad un tratto, la bambola sparì all’interno di un vecchio edificio con i muri scrostati, passando attraverso una finestra dai vetri rotti. Ginetta, che nonostante i suoi problemi di salute era molto coraggiosa, si diresse verso l’ingresso senza paura, mentre Maria le andò dietro perché non aveva visto bene dove si stava addentrando, e seguiva l’amica per non perdersi.
Superata la soglia, le due bambine si trovarono all’interno di un enorme stanzone, con grandi tavoli di legno sui quali erano stese diverse pelli, sia grezze sia lavorate, e alcune borsette già assemblate da esse.
Gli odori tipici di una pelletteria invasero le narici di Ginetta, meravigliata quasi quanto in una fabbrica di dolciumi. Si avvicinò a quelle borsette accatastate l’una sull’altra, ognuna con forme e colori diversi. Prendendone una con un grande fiore rosso a mo’ di chiusura, se la mise sottobraccio imitando la madre e atteggiandosi a donna adulta.
L’amica dapprima rise, poi volle provare anche lei a portare uno di quegli oggetti che vedeva sempre nelle mani dei grandi. Non si accorse, però, che la borsa che stava estraendo, manteneva in precario equilibrio un’intera pila, che crollò con gran fracasso su di lei e sull’amica.
Non essendosi fatte nulla, le due bimbe si scrollarono di dosso gli oggetti caduti. Maria si mise subito a ridere, ma stranamente Ginetta sgranò gli occhi, impaurita, intimando all’altra bambina di stare zitta.
Il motivo di questo improvviso cambio d’umore è presto svelato: un omone alto e muscoloso, la cui immagine strideva con gli oggetti femminili che erano accatastati in quel luogo, si dirigeva a grandi falcate verso di loro, pestando pesantemente a terra gli enormi piedi.

- Bene bene bene...cos’abbiamo qui? Due piccole intruse... - esclamò con uno strano sorriso, appena avvicinatosi alle due amiche. - Cosa state facendo? - chiese con tono burbero.
- Niente niente signore... - rispose impaurita Ginetta. - Ci scusi cercavamo la mia bambola e... -
L’uomo assunse un’espressione corrucciata, la grossa testa calva imperlata di sudore.
- È entrata qui spinta dal vento...non volevamo rovinare le sue borse... - piagnucolò Maria.
- Non vedo bambole qui... - borbottò l’omone.
- Ci scusi, signore, forse ci siamo sbagliate. Ce ne andiamo subito - fece Ginetta impaurita.
Improvvisamente, l’espressione sul volto dell’energumeno mutò in un sorriso divertito.
- Oh oh oh - ridacchiò - dove andate? Se non è qui, dev’essere certamente finita nel regno delle bambole e delle marmellate! - esclamò.

Le bambine erano perplesse. - Il regno di cosa? - chiese Ginetta.
- Delle bambole e delle marmellate, si capisce! Quale altro? - ribadì lui.
- Cosa c’entrano le bambole con le marmellate? - replicò la bimba.
- C’entrano sempre! Dimmi un buon motivo per cui non dovrebbero. -
- Beh...ecco...sono... -
- Vedi? Non c’è. Ma bando alle ciance...non perdiamo tempo, dev’essere qui... - aggiunse, mettendosi a frugare in una pila di borsette. - Ah certo, eccola! -
L’uomo, che si era chinato per cercarla, si sollevò di nuovo in piedi e mostrò alle bambine una strana borsa, composta da centinaia di piccoli tasselli di pelle variopinti, un mosaico arlecchino che risplendeva nella bassa luce del locale.
- Prendila - ordinò a Ginetta, sorridendo però bonario.
La bambina, spinta dalla curiosità, la strappò subito di mano all’omone.
- Aprila ora, dai - suggerì di nuovo lui.
Lei lo fece. Dapprima non successe niente. A prima vista sembrava proprio una normale borsetta, neanche di eccelsa fattura, anzi decisamente usurata dal tempo. Pareva quasi antica, di centinaia d’anni, ma era ovviamente impossibile.

Poi accadde.

Una strana nuvola sfolgorante emerse oziosamente dall’apertura della borsa, iniziando a pervadere l’aria intorno ai tre. Lentamente, tutto intorno a loro iniziò ad assumere colori e forme strane, mentre migliaia di stelle si accendevano una dopo l’altra, ma senza infastidire la vista. Era come essere entrati in uno sciame di lucciole, ma anche diverso, pensò Ginetta.
Mentre la realtà che conosceva svaniva, si sentì prendere la mano da quel gigante che, ora che sorrideva, non sembrava più così tanto spaventoso. Anzi, era come un grosso bestione gentile che le stringeva delicatamente le dita, incapace di farle del male.
Persa in questi pensieri la bambina non si accorse che, nel frattempo, la nuvola scintillante era scomparsa, per lasciare spazio a un panorama ancora più strano e incredibile. Un enorme giardino, il manto d’erba coperto di fiori variopinti, e alberi, tanti alberi, dai quali sembravano pendere...no, era impossibile, concluse Ginetta. Dovevano essere dei frutti a lei sconosciuti.

- Benvenuta nel regno delle bambole e delle marmellate! - esclamò gioioso l’uomo. - Ah, che sbadato, io mi chiamo Leon, e sono il Custode della porta. -
- La borsa? -
- Esatto. Almeno quella è la forma che ha assunto nel vostro mondo. -
Poi la bambina si guardò intorno. - Dov’è Maria? Che le hai fatto? - domandò improvvisamente inquieta.
- Non preoccuparti, Ginetta, la tua amica è al sicuro, a casa. Non poteva venire qui. Poche persone della vostra razza hanno l’opportunità di entrare in questo regno. -
- Come sai il mio nome? -
- Oh, io so molte cose - rise in risposta Leon. - Non ha importanza ora. Andiamo. -
- Dove? -
- Fai tante domande? -
- Perché? -
- Oh beh, là! - concluse il custode, trascinandola verso uno degli alberi più grandi lì vicini.

La bambina lo osservò ammirata. La prima incredibile impressione che aveva avuto era esatta. Dalle fronde della pianta pendevano dei vasetti di marmellata, dai tanti gusti coloratissimi.
- Ma... - balbettò affascinata Ginetta - quest’albero produce marmellata? -
- Che sciocchezza! - esclamò una voce.
- Ehi! - si lamentò offesa la bambina, dando un calcio su uno stinco a Leon, pensando fosse stato lui.
- Ahi! - fece lui, accusando il colpo. - Non ho parlato io! -
- E chi allora? -
- Io - rispose la voce.
- Chi? -
- L’albero - spiegò il custode.
- Parla? -
- Naturalmente, bambina - confermò la pianta - ma di certo non produco marmellate. Chi potrebbe pensare una cosa così assurda? Sono le bambole a prepararle, e poi le appendono sui nostri rami, così siamo tutti belli colorati. -
La voce dell’albero rifletteva la felicità di essere coperto da quegli strani addobbi.
- Sai dov’è la mia bambola? - domandò la bimba, già dimentica delle offese del burbero vegetale.
- Non saprei, ci sono tante bambole qui... -
- Veramente non ne vedo nessuna. -
- È perché si sono nascoste - spiegò l’albero - quando sei arrivata tu. Non si mostrano volentieri agli estranei. -
- Ma io voglio la mia bambola! - piagnucolò lei.
- Non preoccuparti - la rassicurò Leon - ora andiamo dall’Archivalbero e sicuramente lui saprà dove trovarla. -
- Chi? -
- È l’albero più antico del regno. Lui conosce tutte le bambole e sa dove sono in ogni momento, quindi potrà dirci anche della tua. -
- Andiamo allora! - esclamò la bimba tirandolo da una parte.
- Ehm, sì certo - sorrise Leon, guidandola da quella opposta.

Dopo pochi minuti di cammino, si trovarono al cospetto di un enorme salice, dall’aspetto secolare.

- Archivalbero! - lo salutò Leon.
- Custode... - ricambiò la pianta con una voce roca e stanca, che tradiva la sua età.
- Stiamo cercando una bambola che è arrivata poco fa. -
- Come si chiama? -
- Si chiama Trilly - rispose Ginetta.
- Descrivimela... -
- Ha i capelli rossi, e un vestitino azzurro, e... -
- Ah sì - la fermò Archivalbero. - Purtroppo l’ha presa Tacc, il gigante. -
- Chi è? -

Leon assunse un’espressione preoccupata, e si inginocchiò per spiegarle.

- Tacc vive ai margini del regno, in un deserto dove è stato esiliato. Era il precedente Custode, ma è impazzito ed è stato cacciato dalle bambole grazie a una potente magia perduta. Purtroppo, ogni tanto riesce a tornare qui e rapisce le nuove arrivate, che sono più indifese. -
- E cosa ci fa? -
- Ehm... - esitò l’uomo.
- Le mangia - rispose Archivalbero, senza preoccuparsi della reazione della bambina, e meritandosi un’occhiataccia da parte di Leon.
Ginetta, però, non sembrava scossa o impaurita.
- Beh, andiamo a riprenderla allora! - affermò, pervasa da una strana energia che le era stata infusa da quando era arrivata in quel luogo.
Il Custode sorrise, vedendo che la bimba non aveva paura.
- Bene. Prendiamo i cunicoli, arriveremo in un batter d’occhio! -
L’uomo la guidò verso un vicino albero, con una cavità al suo interno, che portava entro il ventre della terra. Una rete di passaggi permetteva di muoversi velocemente in tutte le zone del regno, anche le più lontane, che avrebbero richiesto giorni di cammino per essere raggiunte.

Una volta usciti nuovamente all’aria aperta, il panorama che si trovarono di fronte era molto differente da quello che si erano lasciati alle spalle. Lì gli alberi erano radi, la terra brulla e l’erba assente o secca, priva di colore. Oltre i confini del regno, un’enorme distesa di sabbia rossa e rocce sembrava quasi assediarlo e soffocarlo.
Poco lontano, oltre una spoglia collinetta, si levava in aria una colonna di fumo.

- Là vive Tacc. Sei sicura di volerci andare? - indicò Leon.
- Certo! Voglio la mia bambola! -
- Bene. -

La strana coppia si diresse verso l’origine del fumo. Fermandosi sulla sommità della collina, cercando di non farsi vedere, osservarono la scena.
Il gigante era seduto intorno a un focolare, un cerchio di grossi massi che proteggevano un falò enorme. Su di esso, alcune bambole erano poste a rosolare, mentre scarti di altre erano gettati a terra dopo essere stati consumati.
Proprio accanto a Tacc, Ginetta vide la sua Trilly, legata a un sasso in attesa di essere la prossima vittima.
Senza pensare alle conseguenze del proprio gesto, la bimba si alzò e iniziò a correre verso la bambola, per salvarla. Arrivata al cospetto del mostro, si rese conto delle proporzioni. Se Leon le era sembrato enorme, Tacc era alto almeno il doppio, e il suo torace poteva tranquillamente contenere l’intero Custode.
La bambina cercò di avvicinarsi senza farsi notare, ma il gigante, sebbene fosse girato dalla parte opposta, si avvide della sua presenza grazie al potente olfatto. Voltandosi la prese fra le dita, sollevandola di fronte al suo enorme testone.
- Oh, un’altra bambola che è venuta qui di sua spontanea volontà - esclamò sorpreso Tacc. - Bene, avrò una cena facile oggi. -
- Non sono una bambola, mettimi giù! - gli ordinò Ginetta.
- No? E cosa sei? -
- Sono una bambina, e rivoglio la mia bambola! -
- Una bambina? -
Il gigante rimuginò su quella informazione imprevista. Ricordi confusi del suo passato prima di impazzire, quando ancora si spostava tra il regno e la Terra, affiorarono brevemente, per poi essere nuovamente ricacciati nelle profondità oscure del suo animo corrotto.
- Beh, ti mangerò lo stesso. Tutto è buono con un po’ di condimento e una bella rosolatura - ridacchiò.

Proprio in quel mentre, giunse anche Leon.
- Mettila giù subito! - gli intimò.
- Oppure? -
- Dovrai vedertela con me! -
- Che paura... -
Con un semplice gesto di una mano, Tacc spazzò via Leon e le sue minacce, facendolo ruzzolare a terra.
In quel momento, Ginetta sembrò cadere in trance, e si rivolse al gigante.
- Ehi...posso chiederti una cosa, prima che mi mangi? -
Il mostro sbuffò. - Vabbé, oggi sono buono. Cosa vuoi? -
- No, avvicinami, non voglio che Leon senta. -
Tacc confuso la accostò ancora di più al suo viso, tanto che la bimba assunse un’espressione disgustata dal puzzo che esalava dalle sue fauci.
Poi, inaspettatamente anche per lei, fece una cosa che cambiò tutto.
Sporgendosi verso l’enorme guancia del gigante, gli diede un bacio e mormorò - non sei cattivo. -

Tacc sgranò gli occhi. Mille pensieri, ricordi, dubbi e certezze gli affollarono la mente, finalmente liberi. Una lacrima sgorgò da quegli occhi che vedevano solo orrore ormai da molti e molti secoli.
Mentre una guerra si combatteva nella sua essenza interiore, lasciò andare Ginetta, la cui caduta fu fortunatamente attutità da Leon, che nel frattempo si era ripreso e aveva assistito alla scena.

Dopo un lungo istante in cui il mondo stesso sembrò fermarsi ad aspettare l’esito del gesto della bambina, Tacc sorrise e parlò.
- Grazie. Mi hai liberato. Per secoli ho atteso questo momento, e finalmente è arrivato! -
- Cosa significa? - chiese Leon, che non capiva.
- Torniamo nel regno. Tutto vi sarà spiegato. -
- Non posso permetterti di entrare nel regno indisturbato! Potrebbe essere un inganno! -
- No, Leon. È tutto vero - lo interruppe improvvisamente una voce femminile.

Il Custode e Ginetta si voltarono, e videro una bambola bellissima, che risplendeva di luce propria, i biondi capelli lunghi e un abito bianco immacolato.
- Regina... - mormorarono Leon e Tacc, inginocchiandosi in segno di reverenza.
- Alzatevi. -
- Cosa è accaduto? -
- Mio caro amico, la Profezia si è compiuta, finalmente. -
- Profezia? -
- Mi spiace non averti potuto informare, ma ci sono cose che neanche il Custode della porta può sapere. Quando Tacc impazzì, lo esiliammo con un incantesimo che lo obbligava a rimanere nel deserto fuori dai confini del regno, questo lo sai. E sai anche che, saltuariamente, l’incantesimo si indebolisce e il gigante riesce a penetrare nelle zone periferiche, per rapire alcune di noi. -
- Sì mia signora. -
- Quello di cui non ho potuto parlarti, è che una Profezia citava la fine di questo periodo buio. Una bambina sarebbe giunta nel Regno e lo avrebbe salvato, mutando l’animo corrotto di Tacc. Ed è quello che ho fatto in modo che accadesse, portando qui la sua bambola. -
- Sei stata tu? - si intromise Ginetta, che aveva di nuovo in braccio Trilly e la coccolava pettinandole i capelli con le dita.
- Sì. Mi spiace di avervi messe in pericolo, ma era l’unico modo. Quando hai mostrato un segno di affetto al gigante, hai fatto riemergere in lui il suo vero io. -
- E ora mi sono liberato dal maleficio che mi aveva fatto impazzire! - rise Tacc, raggiante.

Il gruppo tornò serenamente nelle zone interne del regno, dove le altre bambole li attendevano per festeggiare con pane, marmellata e fiumi di succo di lampone, che sgorgava spontaneo dalle sorgenti a nord.
Quando fu il momento, la Regina prese da parte Ginetta e Trilly.
- Voglio farti un regalo, per ringraziarti di averci salvati.
La bambina abbassò il capo, imbarazzata.
- Tieni - continuò la bambola bionda, porgendole un vasetto vuoto.
- Cos’è? -
- È un vasetto di marmellata. Ho insegnato a Trilly la ricetta segreta delle nostre confetture, e lei la insegnerà a te, quando tornerai nel tuo mondo. Se la seguirai, e riempirai questo vasetto, mangiandola essa ti curerà dai mali che so che ti affliggono sulla Terra. Potrai correre, danzare, e fare tutto quello che fanno i tuoi amici. -
- Davvero? -
- Sì. -
Ginetta era commossa e felice di quell’inaspettato dono. Grazie a Leon e alla sua borsa magica, poté quindi finalmente tornare a casa. Quel mondo fiabesco l’affascinava, ma sentiva ormai nostalgia del suo cortile e dei suoi amici.

Da quel giorno, seguì sempre la speciale ricetta della marmellata della Regina delle bambole. E crebbe, ebbe figli, e nipoti, e regalò sempre a tutti delle magnifiche confetture, che regalavano salute e sorrisi ogni volta che venivano gustate.