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Marco è ossessionato dal ticchettio di un orologio ereditato dal nonno da poco defunto, che lo porterà ad un eccitante incontro, in un viaggio fantastico alla scoperta della propria natura.


A un diavoletto,
che meriterebbe di essere libero.

Il giovane entrò nel negozio dell’orologiaio, trafelato. Aveva corso fin lì dall’ufficio, per arrivare prima della chiusura. La vecchia porta di metallo ormai consunto, con un vetro che sembrava invece quasi nuovo, si aprì cigolando, con uno scampanellio dato da un meccanismo di avviso collegato ad essa.
- Salve, c’è nessuno? – si annunciò il ragazzo.
Una ragazza spuntò da sotto il bancone, con i lunghi capelli castani che le ricadevano sulle spalle un po’ scompigliati. Il corpo minuto, il viso dolce illuminato da due occhi scuri e profondi come buchi neri.
- Ciao…prego, entra pure – lo invitò.
- Ciao…cercavo il signore…l’orologiaio che c’è di solito… -
- Ah, mio nonno. È uscito per delle commissioni. Piacere sono Priya – lo informò lei, allungando la mano per presentarsi.
Il ragazzo le porse la sua, stringendogliela, un po’ confuso per l’inaspettata confidenza.
- Marco, piacere mio…bel nome. -
- Mio padre amava l’India. Dimmi tutto – lo incoraggiò sorridendo.
- Ecco…è una cosa un po’ strana… -
Lei sorrise. – Oh non preoccuparti, ogni tanto le cose strane accadono. -
Sì, ecco – il giovane estrasse un vecchio orologio da tasca, del tipo detto “a cipolla”.
- Il problema è che non si ferma. -
- Non si ferma? Strano, di solito i clienti vengono qui per il motivo contrario. – La ragazza lo prese in mano, esaminandolo. – È molto antico. -
- È un cimelio di famiglia. Poche settimane fa mio nonno è morto, e mi è stato lasciato in eredità. -
Priya spense il proprio sorriso. – Oh, mi dispiace. È un bel ricordo, vero? -
- Già. Beh, lo era. Ma non si ferma! – ribadì il ragazzo, con uno sguardo lievemente ossessionato.
- È un modello a carica manuale, ovviamente all’epoca non esistevano le batterie – constatò lei. – Forse la molla non si è ancora scaricata. Devi solo aspettare. -
- Non posso aspettare! Puoi farlo fermare subito? -
- Ma qual è il problema, scusa? -
- Mi dà fastidio! Di giorno, di notte, ticchetta continuamente! -
- Non capisco…mettilo in un cassetto, no? -

Il ragazzo era visibilmente alterato. Sbuffò, e pestò un pugno sul bancone. – Credi che non ci abbia provato? – esclamò quasi urlando. Poi si rese conto di aver esagerato. – Ehm…scusami. Non volevo. È che…non ne posso più. L’ho nascosto dall’altra parte della casa, ma continuo a sentirlo. -
Lei lo guardò stralunata. – È impossibile, è così lieve… -
- Eppure lo sento! Ho anche provato a lasciarlo in ufficio, ma tornato a casa mi sono accorto di essermelo rimesso in tasca, senza pensarci. -
- Certi orologi si affezionano a noi come degli animaletti domestici, bisogna pur capirli, sai? -
- Cosa? -
- Oh, nulla. Se vuoi lo apro e vediamo cosa posso fare… -
- Ehm…ma tuo nonno? -
- Non sarà di ritorno prima di domani. Se vuoi ripassa domattina… – rispose contrariata la ragazza, nel vedere la propria professionalità messa in discussione.
- No no, un’altra notte…no! -
Sentito ciò, Priya prese alcuni strumenti da un cassetto dietro al bancone, e iniziò a smontare l’orologio. Rimossa delicatamente la copertura posteriore della cassa, iniziò ad esaminare gli ingranaggi interni.
- Ah sì, effettivamente la molla è scarica. Non dovrebbe funzionare. -
- E allora come…? -
- Oh, Marco ma è semplice. Cosa fa un orologio, in fondo? -
- Misura il tempo? -
- Certo. E può il tempo fermarsi? -
- No ma che c’entra? -
- Tuo nonno…che lavoro faceva? -
- Era un operaio. Credo. Ma è sempre stato in pensione, da quando mi ricordo. Era solo nonno. -
- Già. Ne sei sicuro? -
- Ma che ne vuoi sapere tu! -
Un lampo di luce rossastra attraversò per un istante gli occhi scuri della ragazza. – Nulla, nulla. -
- Quindi, puoi fare qualcosa? -
- Per fermare il ticchettio? -
- Sì! -
- Certo. Posso romperlo – rispose ironica Priya, alzando la cipolla in alto e mimando il gesto di fracassarla a terra.
- No! È il ricordo più bello di mio nonno! -
- Sentimentale… -
- Cosa? -
- Ci sarebbe un altro modo. Vuoi davvero liberarti della tua ossessione? -
- Certo. -
- Sei disposto a tutto? -
- Non ce la faccio più. Mi sta facendo impazzire. -
Priya sorrise maliziosa, leccandosi le labbra. – Bene. Dammi un bacio. -
- Cosa? – domandò sorpreso Marco.
- È semplice no? Non sai come si fa? -
- Certo che lo so! – rispose il ragazzo, offeso nell’onore di maschio italiano.
- Allora dammi un bacio, e risolverai il tuo problema. -
- Non vedo come… -

Gli occhi della giovane divennero rosso fuoco, fissi in uno sguardo terrificante e ammaliante. Non sapeva dire perché, ma si sentiva stranamente attratto da quella sconosciuta che lo aveva coinvolto in una situazione a dir poco bizzarra. Senza quasi pensarci, si avvicinò al suo viso, e si lasciò trascinare in un bacio appassionato e per nulla casto.
Al termine della delicata operazione, rimasto lievemente imbambolato, venne spinto via dalla donna, che sorrideva stranamente soddisfatta. (Stranamente, perché la qualità tecnica della performance non era certo stata eccelsa).
- Fatto. -
- Fatto cosa? -
- Risolto. Senti ancora il ticchettio? -
- No. Ehi, no! -
- Bene. -
- Hai fermato l’orologio? -
- No, ho fermato il Tempo. -
- Non ho capito… -
- Questo orologio non è proprio un orologio. È più come un contatore Geiger. Il ticchettio che sentivi era il flusso del Tempo che scorreva, è un dono che alcune persone ricevono. Ora, grazie al desiderio che hai espresso, non succede più. -
Marco ci pensò su. – Tipo Dorian Gray? – provò a dedurre.
- Fuochino. Direi più tipo Faust. -
Pronunciate queste parole, la semplice tuta indossata dalla ragazza si trasformò in un’attillata veste di pelle rossa. Il cambiamento era evidente anche nella sua figura, che emanava un’inequivocabile aura diabolica. Mancavano soltanto la coda, e il proverbiale forcone.
Il ragazzo deglutì nervoso, rimanendo senza parole.
- Uh oh… – fece lei.
- Ma non…avrei dovuto firmare un contratto con il sangue, una cosa del genere? – argomentò lui.
- Preferisco altri metodi… -
- Quali altri me…oh, capisco. -
- Già. Ma non preoccuparti…la storia dell’anima, è tutto marketing della concorrenza. Non esiste, e anche se fosse, non ci interesserebbe. -
Marco era confuso, tremante. – Cosa succederà ora? -
- Ti porterò a visitare un posto. Sei mio, no? -
Nessuna risposta.
- Ehi, non tremare così o ti romperai – ridacchiò la diavoletta. – Non preoccuparti, non ti farò del male. Beh, a meno che non ti piacciano certe cose! -
Il ragazzo colse l’allusione, e cercò di sorridere forzatamente, per non contrariare troppo la nuova amica, più pericolosa di quanto suggerissero le apparenze iniziali.

Prendendolo per mano, Priya lo condusse sul retro del negozio. Qui una porticina di legno conduceva a un sotterraneo con pareti scrostate, umido e malamente illuminato da una lampadina pendente dal soffitto, senza nessun ulteriore orpello estetico. Il vecchio filamento, oberato dagli anni di servizio, faticava a mantenere costante l’intensità luminosa, con il risultato di creare una luce tremolante e fastidiosa.

La ragazza si avvicinò a un’altra porta, con passi sinuosi e felpati. Questa sembrava più massiccia, e presentava alcune strane incisioni in una lingua sconosciuta.
- Pronto? -
- Per cosa? – domandò spaesato Marco.
- Vedrai… – ammiccò maliziosamente lei.
L’uscio si spalancò di colpo, senza che fosse minimamente sfiorato. Dall’altra parte, un’intensa luminosità contrastava, abbagliante, con il buio della stanzetta in cui si trovavano, rendendo impossibile vedere chiaramente l’interno.
Trascinandolo letteralmente, la giovane diavoletta condusse l’uomo oltre la soglia.

- Benvenuto all’Inferno! – rise.
- Cosa? L’In…ma non è…beh…cioè… -
- Calma. Con parole tue… – lo schernì.
- Me l’aspettavo più…sai, un pozzo senza fondo, gironi di dannati…quelle cose lì. -
- Oh, è colpa di quel fiorentino che è stato qui tempo fa. Ognuno vede questo luogo a seconda della propria immaginazione. Lui era così… -
- Hai conosciuto Dante? -
- Ehi, pensi che io sia così vecchia? Guarda che ti trasformo in una rana! -
- No no…non volevo… -
La ragazza rise di gusto. – Scherzo! Macché, sono storie che vengono tramandate dalle tradizioni del nostro popolo. -
- Il vostro popolo? -
- Alcuni ci chiamano demoni. La corte dei miracoli. Dannati. Ma per altri siamo angeli, e questo è il Paradiso. Dipende dai punti di vista. -
- Non capisco… -
- Capirai…vieni! -
La donna condusse l’uomo all’interno di quello che a lui sembrava essere uno stretto corridoio bianco, con diverse porte. Probabilmente aveva visto troppe volte la trilogia di Matrix. Su ognuna delle porte erano impressi simboli e scritte nello stesso linguaggio dell’ingresso, che non riusciva a comprendere sebbene gli sembrasse stranamente familiare.
- Vuoi vederne una? – gli domandò lei, indicando le stanze.
- Potrei dire di no? -
- Uhm…no – ammiccò il diavoletto – direi di no. Iniziamo da qualcosa di semplice! -
La ragazza toccò una porta, e si ritrovarono istantaneamente in un altro ambiente sconfinato. Al centro, un’infinita tavolata, imbandita di inesauribili pietanze provenienti dalle culture culinarie di qualsiasi angolo del globo. Attorno ad essa erano seduti uomini, donne, bambini e anziani, che mangiavano, ridevano, conversavano piacevolmente gli uni con gli altri, in un banchetto che non conosceva fine.
- Sediamoci! Hai mai assaggiato il tajin marocchino? O il Biryani indiano? O preferisci qualcosa di italiano? Prendi quello che vuoi…ciò che desideri, qui è. -
Sedendosi nei primi posti liberi della tavolata, i due iniziarono a gustare le pietanze che man mano si paravano loro davanti, senza quasi soluzione di continuità. I piatti erano talmente gustosi e perfetti nella loro preparazione da far sembrare insulsa la cucina del miglior chef umano.
Marco, dimentico del motivo per cui si trovava in quel luogo, assaggiava una specialità dopo l’altra.
- Credo che Gordon ucciderebbe per venire qui! -
- Chi? -
- Gordon Ramsay…lo chef. -
- Ah sì…e dove credi che abbia imparato a cucinare così? – ammiccò Priya.
Il giovane rise. – E non ci si riempie mai! -
- Già. Desiderio senza…ma, ehi, David! -

La giovane si alzò di colpo, correndo verso un uomo di media statura, che veniva verso di loro, abbracciandolo.
- Questo è David, un mio amico – fece le presentazioni.
Lo sconosciuto lo squadrò. – Ma lui è… -
- L’umano di cui ti parlavo… – lo interruppe lei.
- Ah, sì certo. Bene, buon viaggio allora…scusatemi, mi aspettano nel mondo esterno. -
Salutato l’amico, Priya vide che Marco aveva negli occhi una domanda che non osava porre.
- Su, dimmi tutto – lo incoraggiò.
- Hai detto “l’umano di cui ti parlavo”. Come…ci siamo conosciuti stamattina! -
- Ti aspettavamo. Non sono molti gli umani a cui è permesso venire qui. -
- Da vivi, intendi? -
- Non è come pensi. Noi non siamo morti viventi e questo non è un luogo a cui si accede dopo la fine della vita. Siamo una specie più antica di voi, che ha vissuto insieme agli uomini di ere ormai dimenticate, per poi separarsi. Ogni tanto ci mischiamo ancora a voi… -
Il ragazzo squadrò la figura che aveva seduta accanto, bella e decisamente sexy nel vestito di pelle attillato, le gambe nude che terminavano in alti stivali dello stesso materiale.
- In effetti non sembri decisamente morta… – scherzò lui.
- Ah no? E non hai visto niente… -
Marco rise, poi tornò serio. – Se pochi umani possono accedere a questo luogo, perché io? -
- L’orologio. -
- Cosa? -
- Ti ho mentito. Beh, è normale, non sono mica una santa – scherzò di nuovo Priya. – Ecco, l’orologio che hai ereditato non è quello che ti ho detto. È una specie di nostro emissario, che passa di proprietario in proprietario, nel mondo, fino a che trova la persona giusta. -
- Il ticchettio… -
- Già. Solo chi sente quel rumore, chi ne rimane ossessionato, può giungere a noi. È una specie di prova. -
- Capisco. Beh, non capisco veramente. Non importa. Sono obbligato a seguirti, vero? -
- Non proprio… -
- E il bacio? -
- Era solo un bacio. Era così male? – scherzò.
- Ma no…ma pensavo… -
- No, certo se volessi potrei ucciderti per non farti scappare. Ma non è questo lo scopo. -
- E qual è lo scopo? -
- Ti spiegherò dopo. Ora andiamo, ti mostro qualche altra stanza! -
Uscendo dal girone dei golosi, i due giovani si tuffarono in un viaggio attraverso gli infiniti luoghi che componevano quel mondo all’interno del Mondo, quella bolla di spaziotempo che pareva senza confini. Alcune zone sembravano essere all’aperto, come l’immenso oceano dove era possibile cimentarsi negli sport acquatici più estremi, acquisendo magicamente tutte le competenze necessarie e senza tema di farsi male. Un sole cocente solleticava la pelle, donando piacere ma senza bruciare.
Altre invece erano stanze private, con atmosfere soffuse e invitanti. Alcove riccamente addobbate e attrezzate di ogni strumento necessario, nelle quali i due giovani sperimentarono i giochi sessuali più sfrenati. Nessun limite era imposto, o possibile, se non quello della propria immaginazione.

(Già, so cosa state pensando ora: dove diavolo lo trovo un orologio a cipolla?)

In quell’Inferno moderno non esistevano dolore, fatica, o quel senso di sazietà che determina la fine prematura dei nostri desideri. Lì neanche il Tempo era capace di fermare la spensieratezza di vite diaboliche e paradisiache all’unisono.
Quindi, dopo un secondo e un secolo, si ritrovarono di nuovo nel corridoio luminoso.
- Che ne dici? – domandò Priya con malcelata curiosità.
- Niente male come visita guidata – ammiccò lui – soprattutto la parte dei lussuriosi… -
La ragazza sorrise maliziosa. – Sì, sei stato piuttosto fantasioso, per essere un umano… -
- Già…beh, posso chiederti una cosa? -
- Certo. -
- Ecco…mi hai mostrato tante persone felici, nelle occupazioni più varie. Decisamente varie. Insomma, mi aspettavo di vedere anche attività meno condivisibili…sai, assassini, ladri…senza offesa eh, ma non siete demoni? -
- Nessuna offesa. So cosa tramandano i miti su di noi. No, noi non abbiamo quel genere di individui nel nostro popolo. Sono peculiarità prettamente umane. -
- Non capisco… -
- Hai detto anche tu che tutti erano felici, a prescindere dall’attività svolta, no? -
- Così sembrava. -
- È quello il segreto. Vedi, noi perseguiamo la felicità. Non chiudiamo i nostri istinti in una scatola definita morale, come fate voi. Li lasciamo liberi di essere condivisi con gli altri. Quando il piacere è in comunione con gli altri, non può esistere la prevaricazione. Solo chi è oppresso internamente opprime gli altri. -
- Quindi siete…liberi? -
- Già. Certo, ci vuole anche un po’ di magia. Anche voi eravate come noi, nell’Età dell’oro. Poi vi siete allontanati, sviluppando sentimenti che avete poi addebitato a noi, ma sono soltanto vostri. Ogni tanto ci incontrate ancora, nel mondo esterno, e chiamate i nostri comportamenti vizi, perversioni o ingenuità. Perché voi li vivete così. -
Marco sorrise. – Hai ragione. Ci insegnano fin da piccoli che spesso ciò che è bello è sbagliato. E diventa vero. Qui no, però, non per il vostro popolo. -
- Inferno e Paradiso. Due facce della stessa medaglia, che voi umani credete ingenuamente siano separati. -
- Perché mi hai mostrato tutto questo? Non che non mi abbia fatto piacere…a parte quelle mollette…ho ancora i segni – scherzò Marco. Priya rise.
- No seriamente, scusami. Perché? -
- Ci dev’essere un perché? Perché no? -
- Già. Immagino, però, di non poter rimanere, essendo umano… -
- Infatti. Mi spiace. -
- Potrò tornare a trovarti? -
- Un giorno, forse. Io dico sempre: mai dire mai. -
Un sorriso, e un abbraccio, furono le ultime sensazioni sperimentate dal ragazzo. Subito dopo si ritrovò di nuovo nella stradina con il negozio dell’orologiaio. Guardandosi in tasca, ritrovò la vecchia cipolla che ticchettava ancora, ma non più ossessivamente. Osservandola con un misto di serenità e tristezza, come chi ha appena raggiunto la vetta del mondo, ma sa di non poterci più tornare, si incamminò verso casa.

Nel frattempo, all’interno del negozio, una giovane ragazza dai lunghi capelli castani sorrideva compiaciuta.
- Ehi Priya, ma allora era lui o no? -
- Certo che era lui. L’Orologio non sbaglia mai. Scusami se prima ti ho interrotto malamente…non potevo permetterti di rivelargli la verità. -
- L’avevo intuito. Non capisco, però, perché l’hai fatto andare via. -
- Non era ancora pronto. Ha vissuto così tanto tempo tra gli umani, da aver dimenticato la propria natura. -
- Ma la Profezia… -
- La Profezia afferma che il Re del nostro popolo tornerà, ma deve farlo di sua spontanea volontà. Ora ho instillato in lui il seme della curiosità…e presto ricorderà tutto. -
- Ne sei sicura? -
- Oh certo. E quando lo farà, cambierà il Mondo. -
- Già. Nel frattempo che ne dici di divertirci un po’, cara Regina? Allons-y! -
Priya rise. Prendendo per mano l’amico David, suo consigliere dai tempi d’oro in cui condivideva il regno del popolo demoniaco, si allontanò dalla realtà, svanendo lentamente.

Ora era solo questione di tempo. E lei, certamente, sapeva come impiegarlo.

FINE?

L’immagine di copertina è di João Milet Meirelles pubblicata sotto licenza CC by-nc.